
Non nell'indifferenza cerco la mia salvezza. Il brivido di meraviglia è quanto di meglio abbia l'uomo. Anche se il mondo gli fa pagar caro il sentimento, sente in profondo, quando è commosso, l'immensità (Goethe)

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Ciao Rosa

Sei stata
fresca e profumata
per tutta la tua lunga vita
Vanterie e sincerità
Ieri ho ricevuto un bel complimento da un lettore affezionato di questo blog - uno dei pochi superstiti, ed uno dei pochissimi che ha il privilegio (!) di leggere anche ciò che scrivo tutti i giorni per lavoro - e ho deciso di vantarmene, perché alla faccia delle canzoncine che ti insegnano alle elementari...ogni tanto vantarsi fa bene! Mi ha detto che ho un talento notevole per la scrittura e che anche se ciò che scrivo non sempre gli appare condivisibile, è un piacere leggermi sempre, perché è bello il modo in cui metto in fila le parole, e che dovrei scrivere qualcosa di "grosso", qualcosa di artistico, insomma dedicare il mio talento anche a progetti più ambiziosi.
Olè!!!!
Non lo ringrazio solo per ciò che mi ha detto, ma anche perché mi ha fatto pensare - non è la prima volta che lo pongo, questo problema - a quanta ipocrisia c'è in noi borghesi (chi più chi meno) nel parlare a mezza bocca di successi e risultati, di qualità e capacità. Io credo, ed è un'opinione del tutto personale, che chi gioisce in pubblico renda più facile suscitare ammirazione sincera, mentre chi lo fa a mezza voce, quel tanto che basta per far capire quanto è bravo evitando di dirlo a bocca larga, esprime più che altro uno snobismo da semi-intellettuale, fastidioso perché vuole evocare ammirazione e invidia evitando - ipocritamente - di rivelarlo apertamente.
Mi capita di pensarlo quando leggo blog di traduttori, giornalisti e/o vari scrittori che pullulano sulla rete. Chi non si prende il tempo per lodarsi - né quello per disperarsi, quando è il caso - ma magari fa di tutto per ficcare, in ogni discussione possibile, un riferimento a ciò che fa, a quanto è bravo, a quanti libri ha pubblicato ecc., mi suscita fastidio e un po' di sospetto, sinceramente. Chi invece si strappa i capelli, intimamente o con platealità, e poi altrettanto di cuore esprime la gioia per i suoi passi avanti, provoca in me maggiore simpatia. Mi sembra più sincero, ecco, e per fortuna ce ne sono molte di personagge - sono tutte donne quelle che conosco, almeno in rete - così. Credo che sia per un'idiosincrasia personale contro i professoroni accademici, contro gli intellettuali radical chic, che hanno proprio questo modo di essere borghesi e spocchiosi. Bologna, da cui ho felicemente divorziato, era stracolma di persone del genere, la rete invece pure. E spesso penso che se in redazione dovessi trovarmi a lavorare con gente di tal fatta, non passerebbe molto che gliele canterei. Ma per fortuna la nostra redazione - dove tutti lavoriamo per due lire, tutti siamo scontenti per quanto siamo sfruttati e tutti condividiamo il senso di frustrazione del talento appunto mortificato, proprio come, credo, in tutte le altre redazioni del paese - è fatta di ragazzi che cantano di gioia per una news ben fatta, che scherzano sugli errori propri e altrui, che si auto-maledicono davanti a tutti per aver scritto una cazzata, e che si autolodano, e si lodano reciprocamente, per un lavoro fatto bene. Infatti è una redazione del tutto surreale, e credo di aver capito perché ci sono finita. Perché era propio quello che stavo cercando: un luogo dove non doversi vergognare di sé, nel bene e nel male, dove non dover competere a ogni piè sospinto col vicino di scrivania, ma dove poter cominciare a sentirsi una squadra.
Speriamo che continui così!
La vera rivoluzione
“Tutto l’armamentario oppressivo del capitalismo difende la monogamia nei suoi codici sessuali, perché sa bene che solo il crollo di questo puntello così potente farà la vera rivoluzione. Coppia umana, proprietà privata, capitalismo: ecco qui tre pilastri che si sostengono reciprocamente… viviamo l’amore con sincerità. Senza preoccupazioni e con purezza. Senza diffidenze, con tenerezza e candore. Torniamo all’ingenuità dell’amore”.
Amparo Poch y Gascón, fondatrice di Mujeres Libres, Spagna, 1936.
(traduzione mia).
China Blue o del Relax della traduzione
China Blue è un film davvero molto interessante, girato in clandestinità due anni fa da una troupe di americani per raccontare la condizione di lavoro delle giovani donne cinesi nelle fabbriche del paese.
Ragazze di 14 anni, turni di lavoro di 37 ore. Ispettori finti, per clienti multinazionali vere, come il colosso americano Wal-Mart che chiede di pagare 4 $ al pezzo i jeans che poi rivende a 90 $. Di questi quattro dollari, uno e settantacinque va diviso fra tutti i 100 lavoratori della fabbrica - ebbene sì - e il resto va al padrone. Ma oltre a tutto questo, il film racconta anche di forme bizzarre e poetiche di resistenza e solidarietà, che danno una speranza e riescono a farti sentire, al di là dei pregiudizi e dei razzismi, una giovane cinese di campagna spaventosamente simile a te, al tuo modo di sognare e di pensare.
Questo film mi è capitato fra le mani perché un'agenzia di sottotitoli mi ha chiesto di preparargli l'adattamento in italiano. Sorvolando sul compenso - che fa veramente ridere, ma è comunque il doppio di quanto mi davano per tradurre in italiano tutte le cagate di questo canale televisivo satellitare, agli albori della mia sfavillante carriera - tradurre quest'opera è stato un momento di intenso piacere. Non solo, di relax. Ho goduto come una matta mentre guardavo il film e traducevo, e certo, il motivo fondamentale è che era un bel film.
Lì ho capito una cosa davvero fondamentale, nella differenza fra scrivere e tradurre: la responsabilità del godimento - altrui - con ricadute sul godimento - tuo - è molto, molto più alta quando scrivi che quando traduci. Tanto è vero che scrivendo, mentre lo si fa, si è contratti, si soffre, si è rigidi, si è concentrati, non c'è tempo per l'interpretazione, per la riflessione, è puro soffio di contenuti in parola, insomma lo scrittore sta male almeno fino a quando non ha definitivamente depositato il frutto del suo soffrire. Almeno, a me capita in gran parte così. Anche se intuisci lampi di bellezza nella tua stessa parola, non ne hai l'occhio dello spettatore libero da incarichi, ma quello del giudice implacabile di te stesso.
Tradurre è molto più rilassante: se ciò che traduci è fatto male, la cosa non ti riguarda affatto. Se è fatto bene, ne godi come lettore o come spettatore esattamente come tu fossi al cinema o al lume della lampada, mentre allo stesso tempo lo trasformi, lo plasmi ma solo in parte ciò che formi ti appartiene, e questo, almeno per me, è un sollievo.
Sì, stare nell'oscurità spesso è mortificante, ma per certi versi è anche un privilegio, o una boccata d'aria, un piacere simile a quello di una sigaretta di fronte allo scorrere delle scene di un bel film.
Anagrammi
Qualche giorno fa un mio amico, appassionato di giochi linguistici, ha fatto l'anagramma del mio nome e cognome ed è venuto fuori:
L'eroica sfida del sé
Praticamente un manifesto programmatico.
Questa è invece la spiegazione ancestrale della mia Iriade, tratta dalla splendida Lise: